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Articolo di Avvenire su Quinto Ferrari
Il dialetto umanissimo delle canzoni di Quinto

Da: Avvenire (Bologna Sette)

Oriano Tassinari Clò


Domenica 2 Luglio 1995

(O. T. C.) Bologna, anni Sessanta, Settanta, Ottanta: sotto le due torri, nelle sagre, nelle osterie – incluse quella storica Osteria delle Dame che ha tanto arricchito la cultura della sonnacchiosa città – si gustava il fenomeno Quinto Ferrari.

L’uomo, l’operaio dal volto aperto e schietto incorniciato da una precoce canizie, accompagnava con chitarra le proprie canzoni dialettali.

Melodie, parole, sovente giocose e gioiose, secondo la ridanciana tradizione locale; ma più spesso dense di una’umanità e di un pathos che rivelano come, attraverso il dialetto, fosse possibile, eccome!, cantare l’uomo, i suoi affetti, i suoi sentimenti, le sue aspirazioni.

A Quinto Ferrari, ultraottantenne, lunedì 26 giugno è stato consegnato in Comune il “Nettuno d’Oro“, nel corso di una vera e commossa festa petroniana che gli ha visti accanto il sindaco, una folla di “patiti” ed esperti della lingua bolognese, di rappresentanti delle compagnie teatrali dialettali, di associazioni che del dialetto fanno l’oggetto della loro ricerca, di attori, burattinai, studiosi, cantanti e cantautori. E c’era Francesco Guccini, chiamato a ricordare le serate con Quinto alle “Dame”.

Quinto Ferrari, classe 1907.

In un recente “Dizionario dei bolognesi” si legge che “è considerato il continuatore di quella genuina vena petroniana che ebbe in Carlo Musi il massimo cantore“.

E invece no: se si leggono i testi delle sue canzoni, e le altre rime dialettali, raccolti da Quinto nel prezioso libro “Mè a la vadd acsè“, si riscontra facilmente che Ferrari ha profondamente innovato, rispetto al Musi.

Quello ci lasciò indimenticabili motivi quasi tutti giocati sulla considerazione ironico-burlesca del quotidiano; Ferrari ha prevalentemente proposto il “sentire” dell’uomo.

Certamente, non ha rinnegato la lezione musiniana, perché Musi nel suo genere fu davvero un grande, specie nell’insegnarci a sorridere con garbata ironia delle smagliature nei rapporti e nei caratteri.

Ma Quinto ha sempre evitato la ricerca della risata facile, persino nelle composizioni dichiaratamente giocose: si pensi, che so, a “Piràtt Sugabatt“, ad “Azzidant ai Mirasul“, alla modernissima e celeberrima “L’Andricca“.

D’altro canto, poiché l’anima popolare di Bologna non s’esprime sicuramente solo nel riso, ecco Quinto dare voce e melodia all’amore, alla famiglia, alla libertà, in composizioni talora di grande bellezza formale, e costantemente dense di un lirismo naif ed autentico che sgorga direttamente di dentro.

Se parliamo di Quinto Ferrari, il pensiero va subito a “La Maduneina dal Burgh San Pir“, ed è giusto che così avvenga, non vanno sicuramente sottovalutate canzoni come “Nostalgì ‘d Bulagna“, “Nina nana a Claudia“; e quella galvanizzante “Mèll e otzan quarantot” che è un inno di civile passione, esaltante la conquista della libertà nelle epopee dell’8 agosto 1848 alla Montagnola e del 7 novembre 1944 a Porta Lame.

Quinto “innovatore della genuina vena petroniana”. Non epigono di Musi, ma grande come lui.

Mé a la vadd acsé – Copertina del Volume edito da Gamma Tipografia in Bologna

Oriano Tassinari Clò